Era il 20 gennaio 1987. Mancava ancora un mese alla data della presunta nascita ma quel giorno il figlio di Rossella e Paolo aveva una gran fretta. Era stato concepito nel maggio 1986, l’anno del disastro di Chernobyl, ma la preoccupazione per le radiazioni non aveva condizionato la decisione di portare avanti la gravidanza. Così, nella sala parto dell’ospedale di Cattolica, nasceva un bambino di nome Marco. “Ci è sembrato il nome giusto… ‘Marco grosse scarpe e poca carne’, era perfetto, era proprio lui. Era nato un po’ prematuro, vederlo nell’incubatrice e sentire quella canzone di Lucio Dalla… ci ha fatto decidere di chiamarlo così” ricorda papà Paolo di quel giorno di trent’anni fa. Impossibile dimenticarlo, la voglia di Marco di sorprendere aveva sorpreso fin dall’inizio.

“La mia infanzia l’ho passata tra gelati e motori” scriveva il Sic sul suo profilo per la pagina Facebook. “I miei avevano una gelateria e mio babbo una grande passione per le moto e le corse” raccontava, parlando di quei primi anni ’90, di quando con la prima minimoto imparava a strisciare il ginocchio, di quelle prime garette al mercoledì sera, sulla pista di Cattolica, insieme agli altri bambini, amici e rivali di sempre, come Mattia Pasini, Simone Corsi e Andrea Dovizioso. Tutto era iniziato con naturalezza e quella stessa spontaneità che Marco metteva in tutto quello che faceva, una sorta di “dote” che Simoncelli univa a un gran cuore e al suo modo di essere che negli anni non sono mai cambiati, nemmeno quando la sua popolarità cresceva per i successi sportivi o quando il titolo iridato in 250cc lo aveva consacrato tra i campioni.

“Alla gente manca questo” riconosce Paolo Simoncelli, parlandoci di Marco tra le sue tute e le moto esposte nel Museo del Sic a Coriano. “Manca la sua voce, i suoi riccioli, la sua parlata romagnola”. A tutti manca Marco, quel ragazzo che sulla moto stava un po’ stretto ma che aveva una gran voglia di vincere, il Sic campione che ci ha fatto conoscere il lato umano del motociclismo e la sua profonda gentilezza. “Non ha mai cercato scuse, prima si metteva in discussione. A volte si prendeva anche colpe non sue, pur di non accusare gli altri – aggiunge – Il suo era un impegno esagerato quando abbassava la visiera ma quando la corsa era finita, si andava a mangiare la piadina, piuttosto che giocare a pallone o ritrovarsi insieme cena. Credo che le persone lo abbiano capito e che questo sia il motivo per cui il suo 58 è arrivato in tutte le parti del mondo”.

“Marco era così, nella vita normale”, nei pomeriggi trascorsi coi nonni, nei viaggi in macchina mentre andava alle gare, nelle trasferte all’estero sui circuiti del mondiale, nei rapporti con gli amici, nella relazione con la fidanzata Kate: tra Simoncelli e il SuperSic non c’era differenza perché Marco era sempre se stesso, con quel suo modo di intendere l’amicizia, con quel provarci a tutti i costi, con il suo non mollare mai e dare tutto il massimo che era dentro di lui.

Sarebbe stato così anche oggi, nel giorno dei suoi 30 anni, sesto compleanno senza Marco a poco più di cinque anni dal terribile 23 ottobre 2011 di quel Gp di Malesia che il Sic non ha mai concluso. Restano il suo inesauribile ricordo, la consapevolezza che ci avrebbe messo tutto il suo entusiasmo, l’emozione di aver compreso il suo sorriso, la sofferenza di un destino impossibile da afferrare, lo sgomento di non trovare il perché della vita e cogliere il senso della morte. Ad ogni modo, Marco è qui con noi, pronto a fare un’altra partita, un’altra manche, un altro tentativo, con le sue battute, la sua risata contagiosa, le sue spassose barzellette: Marco era fatto così, fin da piccolo, anche prima delle moto, in un percorso che lo ha reso la persona splendida e il guerriero che tutti conosciamo. Simoncelli è tra noi, con i suoi valori e la sua forza, nel ricordo che vive e batte perché Marco resti qui per sempre.