“Marco grosse scarpe e poca carne, era la figura perfetta. Lo abbiamo chiamato Marco proprio per quella canzone di Lucio Dalla. Era nato un po’ prematuro e vederlo lì nell’incubatrice e sentire questa canzone… ci è sembrato il nome giusto”. Così papà Paolo Simoncelli ricorda quel 20 gennaio 1987 a Cattolica, quando insieme a mamma Rossella scelse il nome del loro primo figlio. Quel figlio che cinque anni fa ci lasciava a Sepang, durante le prime fasi del Gp di Malesia. Un istante impossibile da cancellare e che portava irrimediabilmente via Marco Simoncelli nel dolore immenso e di quanti gli volevano bene. Perché Marco non era solo pilota e campione, Marco era un’intera generazione che in Marco si identificava, si rivedeva in quel sorriso bonario, in quell’accento romagnolo, in quei riccioli di un pilota che aveva reso la sua avventura anche un po’ la tua.

La sua passione era nata con le minimoto, una passione che gli era stata trasmessa dal babbo che gli raccontava dei motori, dei campioni della Formula 1 e delle leggende del Motomondiale. Erano i primi anni ’90 e in quel momento c’era il boom delle minimoto. Marco aveva appena sette anni ed era un bambino velocissimo che insieme agli altri ragazzini, ogni mercoledì sera, si ritrovava sulla pista di Cattolica per delle garette non ufficiali. Con lui amici e rivali di sempre, come Mattia Pasini e Andrea Dovizioso. Erano gli anni del Rossifumi, presto diventato idolo e riferimento. A 12 anni Marco era campione italiano, a 13 vice campione europeo. A 14 saliva due volte sul podio del Trofeo Honda Nr e partecipava al campionato italiano 125 Gp. A 15 era campione europeo della classe 125 e nello stesso anno debuttava nel Motomondiale, in classe 125, sul circuito di Brno, Gp della Repubblica Ceca, con il team Aprilia CWF di Massimo Matteoni. La sua prima stagione completa nell’ottavo di litro è stata quella del 2003, sempre con l’Aprila. Poi la prima pole e la prima vittoria, nel 2004 a Jerez, Gp di Spagna, dopo essere passato al team di Fiorenzo Caponera. Il 2005 fu il suo ultimo anno in 125 ma anche il migliore: una vittoria, a Jerez, e cinque podi. Alla fine del campionato Marco sarà quinto in classifica piloti. Da lì il passaggio alla 250 con il team Metis Gilera, ma le prime soddisfazioni nel quarto di litro arrivavano nel 2007, quando Marco iniziò a lavorare con il capotecnico Aligi Deganello. Marco faceva vedere il suo potenziale e conoscere la sua natura di pilota che in pista non va tanto per il sottile ma che sceso dalla moto non serba alcun rancore.

“Per essere forti e dei vincenti bisogna arrivare a prendere la bandiera a schiaffi” diceva. Nel 2008, dopo un inizio difficile, e due zeri nelle prime due gare, conquistava con sei vittorie, dodici podi e il titolo di campione del mondo della 250, a Sepang, con una gara di anticipo, su quella stessa pista che tre anni più tardi metteva fine alla sua storia, a quella passione e felicità che gli arrivava da dentro, oltre tutto quello che la vita gli proponeva. Marco era un ragazzo positivo e gioioso, che poteva essere arrabbiato e triste, ma che era sempre se stesso, con quel suo modo di essere patacca che non ci ha mai abbandonato. Marco era uno che amava vincere, non solo in pista, ma anche nella vita, un guerriero capace di dare e ricevere amore, anche perché riusciva a farsi amare a tutti. “Non mi sento un eroe, ho solo avuto la fortuna che la mia passione, cioè divertirmi e andare in moto, è diventata anche il mio lavoro” spiegava con quella straordinaria naturalezza e semplicità incredibile. Secondo lui, tutti dovevano essere suoi amici e viceversa. Ed è per questo che ci rimaneva male quando, negli anni, i vari piloti lo riprendevano per il suo stile di guida. “Tanto duro in pista come dolce nella vita” scrisse su Twitter Valentino Rossi, compagno di divertimenti e “fratello minore” in un circo individuale come quello del motociclismo. Marco gli assomigliava, per indole e approccio, per quella disinvoltura nell’affrontare le diverse situazioni. Rossi lasciava che il Sic guardasse i suoi segreti, il suo modo di allenarsi, insieme alla Cava, in sella alle moto da cross, nel giocare insieme a fare dei grandi traversi, nel ridere e sorridere dei guai, nel crescere insieme e coltivare le proprie qualità umane e agonistiche.

Il 2010 era l’anno del salto di categoria in sella alla Honda del team di Fausto Gresini. Marco Simoncelli ritrova in pista Dovizioso e l’amico Valentino, ma anche Lorenzo, Pedrosa e Casey Stoner. Marco spinge, va forte e, anche se alla fine di quella prima stagione in MotoGp non riesce a salire sul podio, è quello che impressiona di più. La seconda parte della stagione è un crescendo e ormai SuperSic è a ridosso dei migliori. Nel 2011 la Honda gli riserva una moto con trattamento ufficiale e a Brno arriva il suo primo podio in MotoGp. In quella gara Marco si lascia alle spalle tutte le polemiche sulla sua guida, su quella sua mentalità agonistica che lo contraddistingueva e si andava a scontrare con quella di avversari che premevano per il sorpasso pulito. Scattato dalla quinta posizione, Simoncelli si accontentò del terzo posto dopo aver superato Valentino e Lorenzo, in uno dei momenti più emozionanti della sua carriera. Poi sarebbe stata la volta di Indianapolis, del rinnovo del contratto con la Honda e dei tre quarti posti di fila di Misano, Aragon e Motegi. E della piazza d’onore in Australia, a Philip Island, che insieme al Mugello era una delle sue piste preferite. In quella gara Stoner partì fortissimo, ma dopo Stoner c’era il Sic. Nelle libere era caduto tre volte, al “cavatappino”, poi però fece una grandissima gara e quel traguardo che resta il suo miglior risultato in MotoGp. Marco è ormai proiettato alla vittoria ed è convinto che sarebbe arrivata in Malesia, una settimana più tardi, con la motivazione extra di avere alle spalle degli ottimi test invernali.

Sepang è il circuito che ha segnato la sua vita. A Sepang Marco ha vinto il titolo di campione del mondo della 250, a Sepang ebbe l’incidente in cui perse la memoria e quello in cui si ruppe lo scafoide. A Sepang, durante i test del 2011, fece per la prima volta il miglior tempo in MotoGp. E sempre a Sepang, otto mesi più tardi, durante il secondo giro del Gp di Malesia, era rimasto aggrappato alla sua moto che, tagliando la curva verso l’interno, lo avrebbe trascinato sotto le ruote di Colin Edward e Valentino Rossi che non ebbero alcuna possibilità di evitarlo. Sempre a Sepang, sul circuito che porta il suo nome, Sic, Sepang International Circuit.

Da quel 23 ottobre tante cose sono cambiate e cresciute, come la Fondazione che porta il suo nome, nata per volontà della famiglia Simoncelli e della sua fidanzata Kate, come la Sic58 Squadra Corse che nel 2017 sbarcherà nella classe Moto3 del Motomondiale, simboli concreti di quei valori di cui Marco era ambasciatore vero e sincero. A cinque anni dalla sua morte, Marco e il suo 58 sono sono amati da tutti, da chi era suo amico e da chi non lo era, da chi lo ha conosciuto personalmente e da chi invece seguiva le sue imprese in tv, da rivali ed amici, da chi crede che la vita non finisca, da chi sente che Marco è qui con noi, nei nostri ricordi, nei nostri cuori per sempre. Perché di Marco non ci si può scordare neppure un istante, perché lui è Marco Simoncelli, “uno che quando correva sapeva emozionare”.