C'è l'orgoglio del campione che vive e muore per un centimetro nel duello muscolare col primo rivale, il compagno di squadra Vinales, a cinque giri dalla fine. Lo spagnolo passa anche sul cordolo esterno e pure un pochino più in là alla curva 11, per difendere la quarta posizione. Parte dietro e gli arriva davanti, anche se i due piloti Yamaha non riescono mai nemmeno ad avvicinare la lotta per il podio. Folger, profeta in patria al Sachsenring, parte male ma i piloti, un po' come i cavalli da trotto, si vedono al traguardo. Culla a lungo il sogno di vittoria, ma l'allungo decisivo è del re del toboga tedesco. Marquez, alla quinta vittoria consecutiva al Sachsenring, si prende la testa del Mondiale a 129 punti. Ma i big son tutti lì, in quattro separati da dieci punti: Vinales segue a 124, Dovizioso a 123, Rossi a 119. Il Dottore si batte, si impegna, ma si ingarbuglia per una decina di giri a a centro gruppo. "Il feeling con la moto e soprattutto con le gomme cambia da una pista all'altra. Così abbiamo sempre sorprese, a volte positive, a volte negative" diceva dopo le qualifiche.

Questione di feeling.

Non è competitiva la Yamaha in tutte le condizioni, soprattutto sul bagnato che invece l'anno scorso non creava al Dottore così tante preoccupazioni. Il pomeriggio uggioso, ma senza il diluvio temuto, consente una gara non "flag to flag". Rossi, a parte Marquez, controlla i principali rivali nel Mondiale, Dovizioso e Vinales, che ancora polemizza per la manovra del poleman in qualifica. Non accetta le scuse, l'idea di un misunderstanding. "Top Gun" resta convinto che l'abbia ostacolato apposta.

Rossi, come praticamente quasi tutti, sceglie di montare una media davanti e dietro. Solo Jorge Lorenzo e Abraham rischiano, con due morbide. Gli pneumatici, ammetteva, non sono la causa principale dell'altalena di quest'anno. Non c'entra la particolare mescola, ma il feeling necessario fra le gomme e l'asfalto: a volte vanno tutte bene, altre volte vanno tutte male. E questo rende difficile anche settare la moto, in questo Mondiale che ricorda tanto il Groundhog Day, il giorno della marmotta. Rossi, versione Bill Murray, mantiene la stessa routine, prepara la moto nello stesso modo, ma a distanza anche di una settimana può passare dal sembrare un fenomeno al doversi accontentare delle posizioni di rincalzo.

Rimonta generosa.

Folger dà spettacolo con le stesse gomme di Pedrosa e Marquez e sfodera un sorpasso da applausi alla curva 12 per prendersi il primo posto. Rossi non ha tempo di aspettare, reagisce al sorpasso di Dovizioso, che ha già infilato Lorenzo, e in mezzo minuto si riprende la quinta posizione. Il breve inseguimento con tanto di attacco finale a Petrucci , che gli vale il quarto posto, mette il Dottore in condizione di spingere, con pista libera, per andare a prendere il terzetto di testa lontano però più di tre secondi.

Rossi, Valentino come il Vasco che ferma una città e una nazione per una sera a Modena, in momenti come questo manifesta quanto il suo valore sia qualcosa di meglio, qualcosa di più della somma delle sue vittorie, della giustapposizione dei suoi titoli. Nell'adrenalina di una gara da correre in attacco che è la miglior difesa, quando c'è da recuperare e non da difendere, da mettere insieme la volontà di precisione e la velocità, si ammira il Rossi che vive per le cinque o sei ore dopo una vittoria. Il Rossi che sogna di risorgere e giacere, sempre uguale e sempre diverso, con la gioia di un successo che non si riduce all'aumentare delle soddisfazioni. Non è la legge dell'utilità marginale a scandire la sua storia, non è questo che l'ha trasformato in un simbolo, in un'icona del mondo dello sport.

Icona non solo perché vincente. Certo, come diceva Arthur Ashe, i perdenti non li sta a sentire nessuno. Ma anche nelle ripetizioni del leggendario Waterfall, diventa ancor più chiaro, se mai ce ne fosse bisogno, quanto i piazzamenti non costituiscano l'unica piattaforma, l'unica ragione del coinvolgimento che unisce tutti gli appassionati di due ruote ad ogni gran premio. Per la sensazione della vittoria, Rossi e il team continuano a lavorare su ogni piccolo dettaglio, bucherellano perfino la carena per ricreare in un certo senso l'ottimizzazione dei flussi d'aria garantiti prima dalle alette ora proibite dal regolamento.

Il sorpasso di Vinales.

Ma nella corsa generosa, nell'inseguimento appassionato e passionale verso un podio che non arriverà, Rossi traccia curva dopo curva il percorso di un diverso futuro possibile. Cancella l'incertezza, la trasforma in opportunità. Vale per lui quel che, a livello di squadra, vale per il Barcellona. Vale (perdonate il gioco di parole) scrive col suo modo di essere e di guidare un patto di fiducia con un pubblico che trepida, che aspetta e che spera, che viene dopo il tg (almeno nelle gare europee, col fuso favorevole) per vedere un nuovo capitolo di una storia che conosce, ma non sa come andrà a finire.

Nemmeno il bel sorpasso alla prima curva del Vinales volante cambia troppo questo finale. Rossi rimane un modello che trasmette, nel modo di guidare e interpretare il rapporto osmotico con la moto, una parte sincera e non secondaria di quel che è. L'assenza di distanza fra stile di guida, la personalità pubblica di Rossi, e il carattere del Valentino che mai si oscura dietro il casco del Dottore, alimenta l'empatia e la corrispondenza fra pilota e tifosi.

Valentino promette esperienza e mistero, per tutta la strada. Anche se poi la strada dovesse portare solo al quinto posto in una domenica uggiosa sul tracciato più corto del Mondiale. Rossi, come e più del motomondiale tutto, trasmette passione.