Parte settimo, risale quarto subito, poi va lungo a metà gara e ritorna settimo. Un'illusione breve, una disillusione che lascia il segno, che lascia il gusto amaro delle cose perdute. Perdute o più difficili da recuperare, come quel decimo Mondiale che sembrava più vicino e di nuovo si allontana. Sono 33, ora, i punti che lo separano da Marquez, primo, vicino e irraggiugibile come le vette dell'Olimpo di fronte ai compagni di Ulisse. Ha seguito virtù e conoscenza, il Dottore, che però nelle ultime tre stagioni, anche per colpe non sue, ha sbagliato troppo e vinto troppo poco. Senza che nulla cambi sul valore, sulla legacy, sul senso di un'icona che ha cambiato il motorsport: monsieur Lapalisse approverebbe.

Partenza buona.

Lorenzo parte meglio di tutti. Amministra nei primi giri mentre dietro si forma un trenino in cui si inserisce anche Valentino, partito benissimo, che viaggia sul piede dell'1.24.5, praticamente sul ritmo della seconda parte della gara dell'anno scorso. Lo spagnolo, che come Dovizioso ha scelto la media davanti e la morbida al posteriore per avere più grip sull'asfalto scivoloso e più caldo del weekend. Con la morbida si può spingere un po' di più, ma la differenza con le mescole più dure non sembra così pronunciata come si sarebbe potuto immaginare.

Proprio le morbide, però, hanno condizionato Rossi nelle qualifiche. ""Mi sono subito trovato bene con la moto, abbiamo fatto modifiche che mi sono piaciute e sono andato bene. Andavo forte con la gomma morbide, avevo già siglato in mattinata 1'23″5, 1'23″6, dunque secondo me avrei potuto provare a battere Lorenzo per salire in prima fila o comunque stare nel Top 5 ma l'ultima gomma che ho usato non funzionava. Non avevo grip, scivolava troppo e dovrò partire in terza fila. Purtroppo queste cose capitano ogni tanto. Questa volta è toccato a me".

Va lungo al giro 13.

Ha scherzato, ma non troppo, Rossi sul compagno di squadra e sull'inesperienza di Top Gun, come pilota e come collaudatore, e il lungo alla prima curva, all'inizio del quarto giro, arriva un po' a dargli ragione. Ma la vendetta arriverà nello spazio di poche tornate.

I dubbi sul passo del Dottore che erano ancora rimasti dopo il warm-up rimangono. Le ruote che romanticamente fumano un paio di volte in frenata saranno anche il segno della guida all'estremo, di chi rischia, si butta dentro, di chi getta il cuore in curva e oltre gli ostacoli, ma si trasforma in un cattivo presagio. Al giro 12 lo passano Zarco e Pedrosa e al successivo va lungo alla prima curva. Il "Dottore"  scivola settimo, dietro anche a Vinales.

Spettatore del duello Dovizioso-Marquez.

Rossi, l'unico che abbia guidato anche nella prima vita dell'attuale Red Bull Ring, che c'era anche nel biennio 1996-97, non ha mai vinto sulle colline della Stiria. Il terzo posto da rookie dietro ad Ivan Goi e Dirk Raudies e il secondo l'anno dopo a 4 millesimi dal suo avversario principale di allora, il giapponese Noboru Ueda, restano i suoi unici podi. Un anno fa, dietro alle Ducati che su questo tracciato viaggiavano come quest'anno su ritmo che nessuno riusciva a tenere, finì solo quarto.

Stavolta, nonostante un giro migliore solo di un decimo più lento del record della pista, Rossi paga negli ultimi giri cinque decimi nel solo secondo settore a Dovizioso e Marquez, che accendono gli ultimi tre giri con un duello muscolare, una sfida senza maschere e senza calcoli, tutta pensiero veloce e volontà di precisione. Piloti senza pensieri pesanti, senza pesi e senza ingombri, fino all'ultima curva, fino al capolavoro di DesmoDovi (copyright Guido Meda), freddo come una lama e improvviso come una faina, che brucia un Marquez in leggera sbandata sul cordolo e col rischio, anche molto concreto, di incrociar le ruote come spade.

L'imprevedibilità del Dovi.

E Rossi stavolta non c'è. Caduto prima del suo ultimo metro, come Bolt all'ultima gara della carriera, Rossi cede scettro e proscenio. Lascia che a fare la gara, a scaldare i cuori sui saliscendi stiriani, siano un Marquez preciso ma non così freddo e calcolatore, anzi generoso e ambizioso combattente, e un Dovizioso che non sai mai che traiettorie seguirà. "L'arte del sorpresismo", avrebbe detto il Corrado Guzzanti in versione venditore di quadri qualche anno fa. Quella di Dovizioso, però, è davvero un'opera d'arte. Un capolavoro di scintillante bellezza, fosforo e fantasia. Un capolavoro che lo riporta su a giocarsi il Mondiale. Con Valentino, ancora, costretto al ruolo di ballerino di fila.