Sono passati tre anni da quando lo scandalo che ha visto protagonista la Takata, azienda leader nella produzione di airbag per auto, è scoppiato: da allora quasi 100 milioni di dispositivi, montati su diverse autovetture, sono stati oggetti di richiamo da parte del colosso nipponico. Il difetto risiede nel deterioramento del gas propellente, cioè quello che serve per gonfiare l’airbag dopo l'attivazione della carica esplosiva comandata dai sensori. La conseguenza è che il sistema si potrebbe attivare quando non richiesto, causando la perdita di controllo del veicolo e facendo schizzare frammenti metallici verso conducente e passeggero.

Il rischio fallimento si fa sempre più concreto

I controlli effettuati dalla National Highway Safety Administration degli Stati Uniti hanno accertato 11 morti solo nel paese mentre i decessi totali collegati ad episodi in cui sono stati protagonisti gli airbag difettosi nel mondo ammontano a 16 con 150 feriti: ad aggravare ulteriormente la situazione l'ultimo richiamo che ha coinvolto 2,9 milioni di veicoli e il bilancio, in passivo per il terzo anno consecutivo, paga il patteggiamento per un risarcimento da oltre un miliardo di dollari a vittime e costruttori negli Stati Uniti. Il titolo, in Borsa, ha perso il 25% in un solo giorno mentre da inizio anno è calato del 71%: numeri insostenibili che stanno potando il colosso giapponese sull'orlo del fallimento. Per il momento i vertici dell'azienda hanno comunicato che nessuna decisione è stata ancora presa, ma la storia industriale del gigante nipponico sembra arrivata al capolinea. La società è alla ricerca di un'azienda che possa dare continuità alle attività di produzione, ma il processo verso il ricorso alle procedure fallimentari appare ormai ineluttabile.