“È una storia troppo bella” quella di Tatsuki Suzuki, il pilota del team Sic58 in Moto3. A Misano, domenica, la prima vittoria nel Mondiale, partendo per la prima volta dalla pole, sulla pista che porta il nome di Marco Simoncelli. Un appuntamento con il destino per il pilota giappo-riccionese, come ama definirsi, che da Chiba è arrivato al Mondiale con la squadra che porta il nome di Marco Simoncelli.

Suzuki: "Tifavo contro il Sic, ora vinco per lui"

Un sogno che, confessa Suzuki, ha capito di aver realizzato solo dopo aver aperto gli occhi lunedì mattina. “Svegliarsi e vedere la coppa ti fa capire che è tutto vero – dice in un’intervista a Gazzetta dello Sport. Dopo il primo podio a Jerez  – i meccanici per scherzo mi avevano detto: “Pensa se vinci a Misano. È successo. Sulla pista che ha il nome di Marco, con la sua squadra. Sì, è una storia troppo bella”.

Mi piacerebbe conoscere Marco. Ma… – ammette – tifavo contro di lui, quando Aoyama gli ha strappato il Mondiale 250 nel 2009. Adesso, invece, quando cazzeggio a casa spesso metto su qualche filmato e lo guardo correre. Sono fissato”.

L’abbraccio da Paolo Simoncelli e Tatsuki Suzuki / Sic58 Squadra Corse
in foto: L’abbraccio da Paolo Simoncelli e Tatsuki Suzuki / Sic58 Squadra Corse

Suzuki ha esordito in Moto3 con il team CIP, senza grandi risultati, per poi approdare alla corte di Paolo Simoncelli. “A 14 anni i miei genitori hanno deciso che dovevo andare via da Chiba. In Giappone il livello dei piloti è in calo, ed è strano se pensi che tutte le più grandi Case sono laggiù. Mi hanno iscritto a una scuola internazionale vicino a Marsiglia. Il posto giusto eh? Mica sapevo dove sarei andato a finire. Quando ho visto in che posto ero capitato mi sono detto, “Minchia, ora come facciamo?”. Mi ha salvato il sogno di vincere il Mondiale, senza avrei perso presto la strada. Con Paolo mi sono trovato subito bene. Cioè, insomma. Il primo giorno del GP del Qatar sono caduto tre volte, immaginate le parolacce”.

Una giornata, quella prima in Qatar, che anche Simoncelli ricorda bene. “Non so come lo avessero abituato, quel giorno mi guarda e dice: “C’è vento, non giro”. L’ho spedito in pista e lui cadeva sempre. Io e Marco (Grana, capotecnico del team, ndr) pensammo che non sarebbe durata molto. Però abbiamo cominciato a parlare, e Tatsu ha iniziato a fidarsi. Una sua bella qualità è di ascoltare e capire, non come tanti piloti sempre convinti di avere ragione. Non posso essere il suo babbo, come mi chiama, ma come pilota, lo sento molto mio. Ci siamo incontrati in un momento in cui la morte di Marco a noi aveva cambiato la vita e lui era solo. È un ragazzo bravo, educato, intelligente. Quando in estate voleva cambiare team mi sono arrabbiato, ho pensato di chiudere tutto”.