Un anno fotografa una distanza, racconta più del tempo che passa. Al Montmelò Valentino Rossi Rossi l'anno scorso diventava il primo dell'era moderna a vincere 10 volte sullo stesso tracciato. Solo Agostini, Nieto e Hailwood c'erano riusciti prima. A un anno di distanza, di nuovo sullo stesso layout usato per il GP di Formula 1, con le gomme medie davanti e dietro, Rossi è solo ballerino di fila. E' ingolfato nel gruppo con una Yamaha che non rende, che non restituisce sogni e ambizioni.

Gli organizzatori: tornati al vecchio layout per colpa sua.

Gli resta la soddisfazione effimera della velocità più alta, di un giro migliore più veloce dei top driver. Gli resta soprattutto l'amarezza di un ottavo posto anonimo, di una moto nata per non consumare troppo la gomma posteriore e che sui circuiti lenti, con l'asfalto caldo, si ritrova praticamente a pattinare.  Rossi recupera una posizione per la caduta di Petrucci. Ma la festa è tutta per Dovizioso, che per la prima volta vince due gare di fila in carriera. Trionfa dove la Ducati, con Capirossi, conquistava il primo trionfo in MotoGP. Trionfa davanti a Marquez, 54 podi in carriera e decimo podio all time, e Pedrosa che vanifica la 48ma pole.

A Rossi restano gli indici puntati contro dagli organizzatori che l'hanno accusato di aver guidato i piloti nel passo indietro a livello di layout e a scartare dopo due turni di prove una modifica costata 200mila euro. Il ritorno alla soluzione 2016, al disegno della Formula 1, dopo la bocciatura della nuova chicane disegnata alla curva 13 dopo la morte di Salom, non è andato giù.“È un mondiale in mano a piloti capricciosi che oggi dicono nero e domani bianco – ha dichiarato un responsabile, come riporta El Periodico con riferimento a Rossi – abbiamo sempre ascoltato proposte e critiche. E chi seguiva i lavori (Capirossi e Uncini) ha sempre detto che tutto andava bene. Finché è arrivato Rossi. A lui quel tratto non piaceva, e con l’aiuto di Vinales ha forzato la modifica. Rossi è la voce solista del mondiale”.

Una buona partenza, una grande illusione.

Rossi recupera quattro posizioni con l'accelerazione dopo la prima curva, ma non tiene. "Il rapporto tra la moto e le gomme cambia moltissimo da una pista all'altra" diceva dopo le qualifiche, tutt'altro che brillanti. "Sinceramente sono un po' triste, perché pensavo di soffrire meno. Per qualche ragione mi sembra che l'asfalto abbia meno grip, poi quando la temperatura va su è veramente un incubo guidare. E' strano, perché di solito l'asfalto migliora nel secondo giorno, invece è peggiorato".

Rossi brilla meno di Petrucci, che dopo il contatto con Marquez in partenza deve recuperare sul gruppo di testa, ma nella prima parte di gara può contare sulle gomme dure davanti e dietro. E la Ducati, con Dovizioso che invece sceglie le medie al posteriore, sfodera una gran manovra per prendersi il secondo posto.

I tempi salgono, Rossi scende.

I tempi iniziano a salire. Accusato dagli spagnoli di essere stato il principale artefice del ritorno al layout della Formula 1, Rossi scende sul piede dell'1.46 netto, avvicinandosi così ai tempi migliori del warm up, quando mancano 20 giri alla fine. Il suo giro migliore è più veloce di tre decimi anche rispetto al miglior passaggio di Marquez e Pedrosa nella prima parte di gara. Ha il ritmo dei primi, il Dottore, che però non chiude sul gruppetto dei primi, mentre Folger, che da rookie è l'unico ad essere andato sempre a punti finora, si stacca dal trio dei battistrada.

Dopo una decina di giri, il degrado comincia a farsi sentire, praticamente nessuno riesce a rimanere sotto l'1'47, ma Rossi amministra, si accontenta forse. Il mal comune, le difficoltà ancora maggiori di Vinales, non può certo essere mezzo gaudio, nemmeno nella lotta per il titolo mondiale. Il comportamento della moto continua a non sostenere, dunque, le ambizioni di Rossi. Partire così indietro non aiuta, l'assetto è lo stesso del warm up ma il rendimento diventa via via più spento. Al quindicesimo giro, il Dottore perde quasi un secondo da Lorenzo nel solo terzo settore. E' la misura di una gara in cui può solo limitarsi al contenimento dei danni.

Un malinconico confronto.

Col giro di boa della stagione sempre più vicino, con l'orizzonte già rivolto ad Assen, un altra pista "amica" del Dottore in stagioni meno travagliate, i problemi restano, le domande anche. Ma la motivazione non può ancora cedere alla disillusione. C'è un tempo per aspettare, in fondo, e un tempo per raccogliere.

Il duello dell'orgoglio con Lorenzo, che nel finale risale fino al quarto posto, si traduce in un malinconico confronto, nel buio degli sconfitti, nell'ombra di chi aspetta e guarda, di chi osserva, vorrebbe e non può. Dopo la caduta a Le Mans e il mancato podio al Mugello, gli indizi si moltiplicano fino a diventare una prova, per quanto non risolutiva. L'incidente di percorso si sta evolvendo verso orizzonti più oscuro e interrogativi inattesi. Gli indizi diventano un segnale premonitore di una certa forma di spaesamento che si sarebbe chiamata crisi. Ma Valentino non è come l'Andrea di De André, quando si perde sa sempre come tornare.