Dopo Nissan, che nel mese di luglio ha dichiarato di aver falsificato le misurazioni dei gas di scarico e consumo di carburante per 19 modelli venduti in Giappone,  dal Paese del Sol Levante arriva una nuova ammissione: i costruttori Mazda, Suzuki e Yamaha Motor hanno riconosciuto di aver falsificato i controlli anti-inquinamento di alcuni veicoli. Lo riferisce il Ministero dei Trasporti giapponese. Le nuove irregolarità emergono dopo una serie di scandali che ha coinvolto Subaru e Nissan, in seguito ai quali le autorità nipponiche hanno ordinato l’avvio di inchieste interne a ciascuno dei 23 produttori di auto e moto che operano in Giappone.

Test emissioni e consumi truccati

Dai risultati dei test è emerso “l’uso di metodi inappropriati” da parte di questi tre gruppi. Suzuki, il quarto costruttore giapponese, ha ammesso emissioni truccate per 6.401 veicoli, circa il 50% del campione testato in un arco di tempo che va dal 2012 al 2018. “Mi scuso profondamente e farò ogni sforzo per prevenire che questo non si ripeta” ha dichiarato il numero uno di Suzuki, Toshihiro Suzuki.  Meno significative, invece, le falsificazioni ammesse da Mazda e Yamaha, rispettivamente il 3,8% e il 2,1% del campione di veicoli testato dai due costruttori. Mazda ha indetto una conferenza stampa per la giornata di oggi per chiarire la situazione mentre Yamaha ha confermato di aver effettuato test inappropriati, scusandosi per quanto accaduto. Al momento non risulterebbero irregolarità da parte di altri marchi, compresi alcuni modelli Audi, Volkswagen e Volvo per i quali ad oggi non si evincerebbero falsificazioni. Immediata la reazione dei listini azionari dove si registrano importanti cali. In Borsa a Tokyo, Suzuki cede il 6,04%, Mazda l'1,67% e Yamaha il 4,63%. A perdere, però, è principalmente l’immagine del settore automobilistico del Paese che, già colpito da vendite poco brillanti, è finito anche sotto le pressioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vuole applicare dazi del 25% sui veicoli importati negli Usa.