Ferdinand Piech, ex presidente e amministratore delegato di Volkswagen, è morto domenica a Rosenheim, in Baviera, all’età di 82 anni, colto da un malore in un ristorante dove era a cena in compagnia della moglie Ursula. È stata la moglie a confermare in una dichiarazione scritta, inviata alla stampa tedesca attraverso un avvocato di Berlino, che suo marito è morto “improvvisamente e inaspettatamente”. I rappresentanti delle famiglie Piech e Porsche, che controllano la quota di maggioranza di Volkswagen, non hanno rilasciato commenti immediati.

Nato a Vienna nell’aprile del 1937, era uno dei nipoti di Ferdinand Porsche. Dopo la laurea in ingegneria meccanica, aveva iniziato a lavorare nel 1963 nello stabilimento Porsche di Zuffenhausen, dove ha ricoperto prima la carica di responsabile del settore sviluppo e poi nel 1971 quella di capo responsabile del settore tecnico. Nel 1975 era entrato nel consiglio di amministrazione di Audi e nel 1983 venne nominato amministratore delegato: sotto la sua guida, il marchio di Ingolstadt ha iniziato la commercializzazione della trazione integrale “Quattro”, i motori TDI e il percorso di ascesa che porterà il gruppo a diventare una potenza automobilistica globale e a battere tre anni fa il colosso Toyota. Il suo fiore all’occhiello è stata l’acquisizione del marchio Porsche nel 2012 che a sua volta quattro anni prima aveva provato ad acquisire Vw. Piech trovò però il supporto dello stato della Bassa Sassonia, che possiede una partecipazione in Vw, per respingere l’offerta di Porsche che in quegli anni non navigava nell’oro.

L’acquisizione del marchio di Stoccarda permise di sublimare i rapporti industriali tra le due aziende, un legame nato sotto il regine nazista, quando all’ingegnere Ferdinand Porche, come detto il nonno di Piech, Hitler commissionò la progettazione della prima Volkswagen, l’auto del popolo che doveva motorizzare la Germania. Sempre grazie a Piech, il gruppo Volkswagen ha acquisito negli anni marchi come Bentley, Bugatti, Lamborghini, Seat, Skoda e Ducati. La sua ossessione per le auto e il desiderio di realizzare le migliori possibili, indipendentemente dal prezzo, costò anche dei flop al gruppo, come i disastri finanziari derivati da progetti come la Volkswagen Phaeton, la supercar Bugatti Veyron e la berlina Audi A2. Nel 2015 le dimissioni da Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Volkswagen, incarico che ricopriva dal 2002, dopo la guerra interna contro l’allora amministratore Martin Wilterkorn, a sua volta spazzato via dallo scandalo dieselgate.

Fu proprio Piech a parlare dei presunti illeciti, rivelando l’uso di software in grado di truccare le emissioni. Le accuse in netta contrapposizione con le dichiarazioni del gruppo, ebbero un impatto notevole all’interno dell’azienda, facendo tremare anche la sedia del cugino Wolfgang Porsche, da sempre suo nemico. Un conflitto che ha sempre infuocato la casa di Wolfsburg, tanto che Wolfgang Porsche chiamava Piech semplicemente “mio cugino”, senza mai pronunciare il suo nome, al massimo “F”. D’altra parte Piech contrattaccava il cugino nei modi più insulsi, dandogli dell’effeminato per la frequentazione delle scuole steriniane che, secondo Piech, gli avevano insegnato solo a “fare l’uncinetto”. Ad alimentare i conflitti di famiglia, la vita piuttosto movimentata di Piech: si parla infatti di 12, o forse 13 figli, con quattro donne differenti: cinque con la sua prima moglie, l'ex Corina von Planta, due dal suo rapporto con Marlene Porsche, l’ex moglie di suo cugino Gerhard Porsche, che poi tradì con la governante Ursula Plasser, che sposò nel 1984 e dal cui matrimonio nacquero tre figli, oltre ad altri due bambini.