Campione non è chi non cade. Campione è chi sa rialzarsi una volta di più. Campione è Marc Marquez, che vince la nona gara della stagione, la 44ma in top class in carriera, dopo una pole centrata e negata per la successiva penalizzazione. Campione è Valentino Rossi, che martella in testa fino a quattro giri dal traguardo poi scivola. Ma si rialza e, per quanto penultimo tra i piloti a pieni giri, al traguardo vuole arrivare. Perché non c'è gloria nell'abbandonare. Perché la pista forse più faticosa del Mondiale va onorata, nel giorno del titolo di Pecco Bagnaia in Moto2. Perché un campione si rialza una volta di più.

Rossi martella prima della caduta

E' una corsa a due, una strana evoluzione dalla tensione sospesa e senza un vero finale fra l'uomo dei record che ha scritto la storia della MotoGP, Valentino Rossi, e il campione destinato a scrivere i nuovi, Marc Marquez. Il Dottore martella, soddisfatto della decisione di anticipare la partenza di due ore per evitare il solito temporale del primo pomeriggio malese. "E' stato intelligente spostare le gare, per me hanno fatto molto bene. L'importante è fare la gara. Se avessimo aspettato le 3 non solo c'era la possibilità di ritardare la corsa a causa del meteo, ma c'era anche l'opportunità di non correre affatto o di correre addirittura lunedì. Ma è un mese che siamo via… Siamo stanchi!" diceva ieri.

Correre sull'asciutto gli piace di più, e si vede. Era preoccupato del passo con le gomme usate, ma dà tanto gas in entrata di curva, così può uscire con molta più velocità anche dai tornanti. La gomma non scivola, come invece succedeva in quasi tutta la stagione, e la precisione in frenata ne guadagna. Rossi, che in Malesia ha corso su tre circuiti diversi e debuttato nel Motomondiale il 31 marzo 1996 a Shah Alam (fu sesto in 125, a 7.3 secondi dal vincitore Stefano Perugini), fa sognare e fa disperare. Nessuna riedizione del corpo a corpo del 2015 che deciderà a favore di Lorenzo il titolo di quella stagione.

Crolla Dovizioso

Ecco, Lorenzo. Lo spagnolo manca ancora, Dovizioso lo stuzzica dopo le qualifiche e le risposte gelide dello spagnolo via social illuminano un rapporto ormai logoro. "Chi è Dovizioso?" gli chiede un suo tifoso. "Un campione del mondo, della 125" risponde Lorenzo che lo accusa di essere invidioso e opportunista. Potrebbero restare solo parole, parole, parole ma in gara i fatti non si vedono. E le rose e i violini stavolta li lascia davvero ad un altro, Dovizioso. La Ducati si pianta e non si capisce bene perché. Questioni di feeling, questioni di gomme, di un ritmo promesso e svanito all'improvviso. In condizioni limite, in aderenza precaria come in qualifica, Dovi sa che non raggiunge le punte di prestazione di Marquez. "E' una questione di come ti alleni sin da piccolo. Non fai quel tipo di allenamento per un motivo particolare, ma quella esperienza del passato alla fine te la porti dietro". Non è qualcosa di semplice da guardare e imitare, come non è facile cambiare stile di guida per avvicinarsi al Cabroncito.

Un sogno che fa svegliare

Così, davanti restano loro due. Resta il Dottore alla prova dell'orgoglio e il più giovane campione del mondo della classe regina, il più giovane cinque volte iridato in MotoGP, che ha festeggiato il quinto titolo con un anno in meno alle spalle rispetto a Rossi che nel 2005 a Sepang aveva 26 anni e 221 giorni. E' la pista dei ricordi, questa, per Vale, sotto il casco magari si addensa la decina di scorrettezze del duello del 2015, punto di non ritorno fra i due, e insieme tornano le immagini delle vittorie, di un passato che non tornerà. Segno di un futuro destinato ad appartenere ad altri. Anche se per reggere una gara così, su una pista così, in una domenica di caldo che toglie il respiro e scioglie i pensieri, ci vuole un fisico bestiale e la testa del campione.

Rossi scivola, ara alla prima curva mentre la moto lentamente, pesantemente scivola giù. Si arrende alla gravità nonostante un ultimo, disperato tentativo di tenerla su col gomito, forse per la troppa usura della gomma, forse per uno sbilanciamento per un intervento sul freno nella percorrenza della curva. La Yamaha, sballottata da dietro, gli sguscia da sotto le mani. Come sguscia via una possibile vittoria, come un sogno di quelli che fanno svegliare.

Marquez e la testa del campione

Non aveva un assetto perfetto, diceva ieri, ma sapeva di poter esprimere il passo dei migliori in cui si aspettava di trovare anche il Dottore. E' una gara di ritmo, su una delle piste più faticose del Mondiale, una di quelle che fanno la differenza fra i piloti buoni e i campioni.

"Un buon pilota è chi è veloce, e tutti quelli che arrivano in MotoGP lo sono. Un campione è chi va veloce e pensa sulla moto. Un campionissimo va veloce, pensa sulla moto però, nel momento chiave, non sbaglia", diceva nell'intervista esclusiva post titolo mondiale alla Gazzetta dello Sport. "Dei piloti al top sono quello che cade di più, ma non è perché piloto peggio. Può arrivare un momento in cui hai paura di farti male, ma se inizi a pensarci non vai veloce. Serve quel poco di incoscienza, la voglia di avvicinarsi al limite, a me piace giocare con questo confine".  Un confine per cui serve la testa del campione.