Gravissimo danno cerebrale”. Queste le tre parole con cui esattamente un anno fa il bollettino medico dell’ospedale Bufalini di Cesena lasciava poche speranze a Nicky Hayden. Era il primo pomeriggio 17 maggio del 2017 quando il 35enne pilota statunitense della Sbk e e già campione iridato in MotoGP nel 2006 si stava allenando in bicicletta sulle strade di Misano, lungo via Ca’ Raffaelli che da Riccione porta a Morciano di Romagna. Una sgambettata in solitaria, dopo le gare della Superbike a Imola, in attesa di partire per Donington Park dove, due settimane più tardi, sarebbe tornato in sella alla sua Honda.

Un anno fa l'incidente mortale

Come tanti suoi colleghi piloti, Hayden amava la bici ma, all’incrocio con la provinciale via Tavoleto, lo spaventoso impatto contro una Peugeot 206 guidata da un 30enne di Morciano di Romagna, ha deciso per sempre il suo destino. Un botto tremendo, prima contro il cofano dell’auto, mandando in frantumi il parabrezza, poi sull’asfalto, dove è stato scaraventato a oltre dieci metri di distanza. Le sue condizioni sono parse gravissime già ai primi soccorritori che, scesi da un’ambulanza che passava lì per caso, lo hanno stabilizzato sul luogo dell’incidente. Poi la corsa al pronto soccorso di Rimini e il trasferimento in eliambulanza all’ospedale di Cesena dove neppure gli specialisti del centro di Neurochirurgia più attrezzato del territorio hanno potuto tentare un intervento chirurgico per salvarlo.

Destino crudele

Dopo l’incidente Hayden non si è più svegliato ma, in quei drammatici giorni, non è mai rimasto solo: accanto a lui, fin dal ricovero, c’è sempre stata la fidanzata Jackie, con cui si sarebbe dovuto sposare la scorsa estate e, il giorno dopo l’incidente, anche la mamma Rose e il fratello Tommy dagli Usa hanno raggiunto l’ospedale di Cesena, dove gli uomini del team Red Bull Honda, gli amici italiani più cari e anche semplici tifosi si sono raccolti nel dolore della famiglia. Tenuto in vita grazie all’aiuto delle macchine, Hayden è morto dopo cinque giorni di coma, il 22 maggio, lasciando un vuoto impossibile da colmare. Una tragedia che, a un anno di distanza, in tanti faticano ancora ad elaborare, in un parallelismo crudele che non può che far pensare a Michael Schumacher, scampato ai rischi della F1 e, da quattro anni e mezzo, costretto a sopravvivere dopo una caduta sugli sci.

Nicky Hayden / GettyImages
in foto: Nicky Hayden / GettyImages

Donati gli organi

Allora meglio pensare a Nicky sorridente e amichevole, al ragazzo che sognava di diventare pilota e riuscito a laurearsi campione del mondo, al Kentucky Kid che nel paddock andava d’accordo con tutti e non dava rogne a nessuno, al cuore del 69 che continua a battere nel corpo del primo paziente in lista di attesa, come gli altri suoi organi, donati nel rispetto di una volontà non scritta ma espressa in vita dal pilota. I familiari hanno fatto quello che Hayden avrebbe voluto, nessuna camera ardente in Italia e, appena sbrigate le formalità, un volo privato che lo avrebbe riportato negli Usa per l’ultimo saluto. Tra le tante iniziative in suo ricordo, la scorsa settimana a Imola è stata inaugurata una mostra fotografica, mentre il prossimo 8 giugno nella sua Owensboro, la stessa cittadina dove è nato anche Jonny Deep, verrà svelata una statua in suo onore e, il giorno successivo, proclamato il Nicky Hayden Day.

Omicidio stradale

C’è però anche una realtà che va oltre i gesti arrivati dalla famiglia e l’affetto di milioni di fan: per l’automobilista che ha investito Hayden – il giovane operaio di cui le autorità hanno reso note solo le iniziali del nome, MM – la Procura della Repubblica di Rimini ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio stradale. Secondo la perizia che ha ricostruito la dinamica dello schianto, l’auto procedeva a una velocità di 71,8 km/h, ovvero ben oltre il limite di 50 fissato in quel tratto di strada, mentre Hayden attraversava l’incrocio senza fermarsi e dare la precedenza, procedendo a una velocità di 20,6 km/h. Sempre secondo la stessa perizia, se l’automobile avesse rispettato il limite di velocità, “sia reagendo e frenando, sia continuando a velocità costante, l’incidente sarebbe stato interamente evitato”. Un’inquietante conclusione per cui la Procura ha notificato all’automobilista il rinvio a giudizio perché “in concorso di causa indipendenti con la condotta colposa del ciclista, ne cagionava la morte per colpa consistita in negligenza e imprudenza, e comunque per colpa consistita in inosservanza delle norme sulla disciplina della circolazione stradale”. Concorso di colpa, dunque, riconosciuto per il 70% all’ex campione della MotoGp che, bruciato lo stop, sbucava all’improvviso sulla provinciale, e per il 30% al conducente della vettura che, già moralmente distrutto, adesso dovrà affrontare il processo penale.