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Obama sostiene l’auto elettrica, quella bocciata da Marchionne

Mentre in Italia gli incentivi statali per le elettriche stentano ad arrivare, in America la Nissan dà il via alla produzione su territorio della Leaf. Frutto di questo accordo gli 1,4 miliardi di dollari stanziati dal Governo americano come prestito per la realizzazione di una versione economica.
A cura di Luigi Ruggiero
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Nissan Leaf in ricarica

“ Questa gioia che ruota attorno alle vetture elettriche europee non è giustificata ”
Sergio Marchionne
Il passo verso l'evoluzione delle auto elettriche passa dagli States, più precisamente in Tennesse, dove Nissan avvierà oggi la produzione di una versione economica della Leaf con l'obiettivo di aumentare le vendite, finora deludenti, di un segmento non ancora perfettamente contestualizzato all'interno del mercato globale. Questa particolare variante del modello, secondo quanto riportato dalla stessa casa produttrice, sarà caratterizzata da una dotazione essenziale e da un prezzo di listino notevolmente inferiore agli attuali 35.000 dollari richiesti per aggiudicarsela. Al contrario di quanto accaduto fino ad oggi, con la produzione in Giappone e la successiva esportazione in tutto il mondo, la vettura sarà quindi interamente assemblata all'interno della fabbrica di Smyrna, batterie comprese. Il nuovo impianto di  produzione, costato al colosso nipponico ben 1,6 miliardi di dollari, è il frutto di un sostanzioso contributo pubblico erogato nel 2010 come parte di un prestito dal Dipartimento dell'Energia americano sotto la prima amministrazione del presidente Obama.

Attualmente le vendite della Nissan Leaf si sono rivelate piuttosto deludenti, in parte per la dimensione eccessiva delle batterie che rendono la vettura più costosa di altre concorrenti, in parte per il lunghi tempi di ricarica e la scarsa autonomia, riscontrata in alcuni casi anche al di sotto di quanto dichiarato dagli stessi dati del costruttore. Fatto sta che lo scorso anno sono state immatricolate negli Stati Uniti 9.819 Leaf, solo l'1.5% in più rispetto all'anno precedente e meno della metà se paragonate all'obiettivo originario di raggiungere quota 20.000 esemplari l'anno. D'altro canto va comunque considerato che la Nissan Leaf non è al momento l'unica vettura in costante lotta per accaparrarsi un pò di spazio nel cuore degli automobilisti. La stessa Ford, ad esempio, nel 2012 è riuscita ad immatricolare solamente 685 veicoli elettrici, mentre la General Motors ha dovuto ridimensionare di parecchio le previsioni di vendita per la sua ibrida plug-in Chevrolet Volt non essendo riuscita a raggiungere nemmeno la metà delle 45.000 vetture inizialmente previste, nonostante la grossa mole di incentivi, leasing e contributi statali. Tutto ciò non può far altro che riportare alle parole di un nostro stresso rappresentante, Sergio Marchionne, quando in occasione della presentazione della variante elettrica di Fiat 500 spiegò:

"Il vero problema della tecnologia elettrica è che ora non trova nel mercato una possibilità di essere venduta. Nessuno è disposto a pagarla e parlare di un mondo che adesso non ha realtà commerciale sarebbe la cosa più pericolosa da fare: se ci inventiamo di entrare in un campo tecnologicamente non valido, commercialmente distruggeremmo l’azienda. Posso dire che di tutta questa enfasi, questa gioia che ruota attorno alle vetture elettriche europee non è giustificata. Quest’anno ne abbiamo vendute meno di 700 mila in sei mesi: parliamo di 10-15-20 mila euro di perdita anche con gli incentivi, più ne vendo più ne perdo."

Il costo finale e di produzione di questa tipologia di vetture, a parità di prestazioni, è probabilmente al momento troppo lontano dal potersi paragonare alle evoluzioni raggiunte nel campo dei motori a benzina e diesel, di recente bypassate in favore di alimentazioni GPL e Metano più vicine alle esigenze di un'automobilista che, in relazione alla recente crisi di mercato, preferisce un'acquisto leggermente più oneroso in favore di un risparmio garantito nel tempo. Qualche segno di positività non è comunque mancato di comparire in diversi Paesi attraverso l'enorme sensibilizzazione dettata dagli Incentivi Statali e dalla diffusione delle prime colonnine di ricarica, una campagna che in Italia stenta a prendere il largo e che anzi al contrario vede il rinvio a data da destinarsi degli Ecoincentivi previsti per gli anni dal 2013 al 2015. Gli stessi che sarebbero dovuti partire il 1 gennaio di quest'anno, ma di cui al momento non si vede nessuna traccia, prevedevano inizialmente ben 420 milioni di euro da suddividersi tra elementi pubblici, privati e finanziamenti votati alla distribuzione delle colonnine di ricarica nei punti principali del territorio sono stati prima dimezzati, diverse volte posticipati ed infine ridotti a soli 110 milioni di euro per gli automobilisti disposti a rottamare la propria vecchia auto in favore di una che rispettasse una soglia di emissioni inferiore a 120 g/km di Co2.

Fonte: Repubblica
Fonte: Repubblica

Per avere un quadro generale delle parole di Marchionne,va comunque precisato che a partire dal 1977 ad oggi lo Stato italiano ha corrisposto alla Fiat, sotto forma di investimenti "mai ritornati", ben 7.6 miliardi di euro per aiuti quanto meno degni di collocare la casa automobilistica tra le realtà più importanti all'interno del settore automobilistico. Realtà che invece non rispecchia quanto fatto fino ad ora, in forte crisi e rea di numerosi tagli al personale e costante cassa integrazione per le rimanenti figure professionali in attesa di incarico lavorativo. Ammortizzatori sociali ancora oggi a costante sgravio degli stessi cittadini. Per non parlare poi della legge del 1997 che ha introdotto gli incentivi per le rottamazioni delle auto più vecchie, ennesimo regalo al colosso torinese voluto dal Governo Prodi. Allo Stato la legge è costata 2.100 miliardi di vecchie lire, e poiché Fiat costituiva il 40% del mercato nazionale ha ottenuto un beneficio di almeno 800 miliardi. Il risultato è che i due terzi delle unità immesse sul mercato dalla Fiat negli anni Novanta provenivano direttamente dallo Stato. A fronte di quanto fatto dagli Stati Uniti nel 2010 c'è davvero da chiedersi se sia il caso di modificare la politica che attualmente vige all'interno del territorio italiano.

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