16 Marzo 2011
19:17

Tazio Nuvolari: spirito italiano a 360 chilometri orari

Tazio Nuvolari ha vinto, salendo su podi e tagliando traguardi. Ma, soprattutto, ha rappresentato eroicamente i sentimenti dell’italiano comune nei confronti della tecnica.
A cura di Luigi Ruggiero

Se è vero che la velocità caratterizza il periodo in cui l'Italia si è unita, è giusto ricordare nei giorni dell'anniversario chi, rispetto alle altre storie d'Italia, è forse il simbolo più rappresentativo di un paese che corre, abitato da un popolo che ama la velocità e che, in alcuni suoi interpreti, non sa rinunciare al piacere di sfidare le leggi della natura.

"Nivola": perché etereo come una nuvola nell'azzurro del cielo, dominatore dei mostri meccanici, irridente del pericolo, campione nelle corse e nella vita. Enzo Ferrari lo ha definito "il più grande di tutti". Ferdinand Porsche lo considerava "il più grande pilota del passato, del presente, del futuro". Un gigante di un metro e sessantacinque. In parole povere: Tazio Nuvolari.

Il Mantovano Volante, come amavano definirlo la stampa e gli appassionati, nasce a Castel d'Ario (provincia di Mantova) nel 1892, è il quarto figlio di Arturo Nuvolari, agricoltore non ricchissimo ma benestante, e di sua moglie Elisa Zorzi. Ragazzo vivacissimo e poco incline allo studio, è attratto sin da bambino dal dinamismo delle discipline sportive. Il padre è un ciclista con all'attivo più di un'affermazione, mentre Giuseppe lo zio verso il quale Tazio prova un'ammirazione profonda destinata a suscitare un fortissimo impulso di emulazione, è addirittura un asso: più volte campione italiano.

Il 5 settembre 1904 assiste per la prima volta a una corsa automobilistica, il Circuito di Brescia. Tazio vede in azione Vincenzo Lancia, Nazzaro, Cagno, Hémery, Duray, gli assi dell'epoca, e rimane fortemente impressionato, affascinato dallo spettacolo della velocità. Poco tempo lo zio Giuseppe lo fa sedere in sella a una motocicletta e gli insegna a guidarla, una passione subito sfrenata la sua, che lo porta addirittura ad impadronirsi per qualche ora durante la notte della moto del padre per poter rivivere quelle stesse emozioni.

Ma, passano gli anni e scoppia la prima guerra mondiale. Tazio, che ha prestato il servizio di leva è richiamato alle armi come autiere. Guida autoambulanze della Croce Rossa, camion e vetture che trasportano gli ufficiali, tra le prime linee e le retrovie del fronte orientale. È proprio con un ufficiale, un colonnello sembra, che un giorno Tazio finisce fuori strada e oltre al "cicchetto" di prammatica riceve uno storico ammonimento "Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te".

Il 10 novembre 1917, a Milano, sposa Carolina Perina con rito civile, non visto di buon'occhio per l'epoca. La febbre agonistica, comunque, non smette di divorare l'animo del giovane, che nel 1920, a ventotto anni, ottiene la licenza di corridore motociclista e il 20 giugno di quell'anno esordisce al Circuito Internazionale Motociclistico di Cremona. Iscritto con il suo secondo nome, Giorgio, sale in sella a una Della Ferrera ma è costretto ad abbandonare per un guasto dopo avere percorso pochi giri. La prima gara in auto la disputa invece il 20 marzo 1921, a Verona, alla guida di una Ansaldo Tipo 4 cs, ottenendo così la sua prima vittoria.

Nel corso della sua lunga vita sportiva, Tazio partecipa a ben 353 competizioni, 124 in motocicletta e 229 in automobile (il più sopratutto a bordo della sua amata bianchi 350 "Freccia Celeste" che assieme a lui ha scritto la storia di questo settore), conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe, facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. E' stato 7 volte campione italiano ed ha conquistato 5 primati internazionali di velocità, stabilendo nel 1935 il record dei 330,275 km/h.

Ma la sua enorme fama non è dovuta tanto alle vittorie ottenute su pista, ma sopratutto alla sua grande tenacia ed alla forza d'animo che, malgrado le sfortune personali (in pochi anni perse entrambi i figli diciottenni: il primogenito Giorgio a causa di una miocardite, e Alberto a causa di una nefrite), resero il pubblico ancor più appassionato nei suoi confronti. La sua determinazione lo portò, proverbialmente, a insistere nelle gare anche quando l'auto perdeva pezzi o era in fiamme.

Nel 1924, sul circuito del Tigullio, Nuvolari condusse una gara estremamente tirata, uscendo spesso di pista e fermandosi, in alcuni casi, a picco sul mare. A pochi chilometri dall'arrivo, una ruota si stacca e la sua Bianchi finisce malamente in un fosso. Il meccanico rimane stordito e non può rimettere insieme la vettura, quindi Nuvolari chiede aiuto agli spettatori. Dopo averla rimessa assieme alla meno peggio, riparte e vince la gara. Gli spettatori al traguardo,assistono ad uno spettacolo che ha dell'incredibile: il mantovano vince la corsa su un'auto praticamente ormai sui cerchioni e senza seggiolino di guida né volante, sostituito da Nuvolari con una chiave inglese, col meccanico ancora svenuto al fianco.

Nel 1925, mentre si allenava in auto sulla pista di Monza, uscì di strada e fu sbalzato dalla vettura, ferendosi in modo molto grave. Una sola settimana dopo si disputava sulla stessa pista un Gran Premio di motociclismo: Nuvolari lasciò l'ospedale contro il parere dei medici, coperto di bende e fasciature, si fece aiutare dai meccanici a montare sulla moto, poiché a stento si reggeva in piedi, e vinse.

LA VITTORIA DI NURBURGRING:

Un grande gesto a sostegno dell'orgoglio italiano fu nel 1935, quando nel Gran Premio di Germania sulla pista di 22 km del Nürburgring, Nuvolari si impose guidando un'Alfa Romeo nettamente inferiore alle potenti vetture tedesche in gara.  Questo successo fece alterare non poco i gerarchi nazisti presenti al circuito, che invece si aspettavano di vedere una grande affermazione tedesca in loro presenza. Non la pensava così Nuvolari che, forte della sicurezza di una sua vittoria, aveva appositamente portato dall'Italia un Tricolore nuovo fiammante, sapendo che quello in dotazione agli organizzatori era logoro, facendola issare sul pennone più alto durante la cerimonia di premiazione.

Il 15 giugno 1935 tenta di battere sull'Autostrada Firenze-Mare, due primati mondiali di velocità utilizzando la mostruosa Alfa Romeo bimotore, creata da Enzo Ferrari per resistere alle imbattibili Mercedes e Auto Union. La giornata scelta per il tentativo è poco felice poiché tira un forte vento, Nuvolari però prova ugualmente e parte. Mentre la macchina viaggia a circa 320 chilometri orari, viene investita lateralmente da una forte raffica di vento che causa una spaventosa sbandata di oltre 200 metri. Il mantovano riesce comunque a controllare l'auto dimostrando una freddezza e un'energia fuori dal comune. Nonostante lo spaventoso imprevisto Tazio prosegue, neutralizza un'altra analoga sbandata poco dopo, e stabilisce due primati: percorre in 11 secondi il chilometro lanciato alla media di 321,420 km/h e in 17 secondi il miglio lanciato con media di 323,125 km/h (con una punta, nell'ultimo tratto percorso, di oltre 360 chilometri orari).

Nel 1948, all'età di cinquantasei anni, a sorpresa Nuvolari prese ancora il via della Mille Miglia con una Ferrari: prima che problemi meccanici lo costringessero al ritiro, nel primo tratto di gara fece segnare il miglior tempo assoluto. Fece togliere prima il cofano motore per ovviare ad una chiusura imperfetta, poi volò via un parafango, poi si ruppe il supporto del sediolo del meccanico e infine, dopo una derapata troppo accentuata si incrinò il supporto di una balestra e Enzo Ferrari, dato che il pilota non intendeva far effettuare una riparazione per non perdere la testa della classifica, gli impose di fermarsi e di ritirarsi vicino a Reggio Emilia.

Eventi del genere fanno di lui la leggenda che rivive in questi giorni. Nuvolari non annunciò mai formalmente il suo ritiro, ma la sua salute andava deteriorandosi e divenne in modo crescente solitario. Nel 1952 venne colpito da un ictus che lo lasciò parzialmente paralizzato, morì un anno più tardi, l'11 agosto, a causa di un altro ictus. Pressoché tutta la città di Mantova partecipò ai suoi funerali, che si tennero il 13 agosto 1953. Il corteo funebre era lungo alcuni chilometri e la bara di Nuvolari fu messa su un telaio di macchina scortato da Alberto Ascari, Luigi Villoresi e Juan Manuel Fangio. Fu sepolto con gli abiti che indossava sempre scaramanticamente in corsa: un maglione giallo, pantaloni azzurri e gilet di pelle marrone. Al fianco il suo volante preferito.

A più di 50 anni dalla sua scomparsa l'emozione che ancora suscita il suo nome è rimasta immutata grazie alle due qualità distinte che magicamente venivano fuse nella figura di Nuvolari: il coraggio, così come abbiamo imparato tradizionalmente a concepirlo, e la velocità quale prodotto di un'epoca impegnata in un movimento costante, pericoloso, capace di inebriare più per amore dell'avventura che per amore dell'efficienza economicamente intesa. Insomma, un animo "futurista" – e dunque italiano – elettrizzava le intenzioni e le gesta di Tazio Nuvolari.

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