“Sento il bisogno di velocità”. Se ti chiami Maverick come il Top Gun più celebre della storia del cinema, un motivo ci sarà. E quel bisogno prende solo una forma diversa, dagli aerei alle moto. Si chiama Maverick, Maverick Vinales, il nuovo compagno di squadra di Valentino Rossi che si candida a protagonista del Mondiale.

Il re dei test.

I test l'hanno già incoronato, per quello che valgono. Ha firmato il miglior giro a Valencia, a Sepang, a Phillip Island e Losail su una Yamaha che sembra essergli stata cucita addosso. La YZR-M1 è la moto più equilibrata, almeno a giudicare dalle prime prove, e riesce meglio delle concorrenti a trasferire in pista del motore. E un pilota aggressivo come “Mack”, che ha imparato a rubare ogni metro possibile in staccata per coprire i limiti di una Suzuki inferiore alle rivali, si esalta. La strada è lunga ma, dice, si respira ambizione e fame di vittoria. In poche settimane, è già diventato l'uomo da battere. “Se i miei avversari mi vedono come candidato principale per vincere il titolo nonostante io non abbia ancora fatto una sola gara in Yamaha, è importante. Mi dà una motivazione in più”.

In pista, spiega, nessun pilota lo spaventa. Né il suo idolo di sempre, Valentino Rossi, il punto di riferimento, il primo alleato e il primo rivale di questa stagione da fuochi d'artificio. L'ha guardato, l'ha studiato, il Dottore, molto da vicino. “Fa tutto con molta calma, credo che sia quello uno dei suoi segreti” ha detto, “non testa tante cose ma si prende tutto il tempo per scegliere cosa funziona e cosa no”.

Anti-personaggio, lancia la sfida a Rossi e Marquez.

Per il manager Carlo Pernat, Vinales è un clone di Lorenzo. È “affamato, esperto, consapevole, preparato, serio” lo lo descrive Paolo Beltramo. “Non è un personaggio. Lui è soprattutto sostanza, dedizione, allenamento duro e quotidiano”. Non cerca le prime pagine, non vuole piacere a tutti i costi, fa parlare la pista con una guida molto personale, molto fisica, fatta di rischi, di corpo, di spalle, di spazi da conquistare, di bisogno di velocità.

Il duello possibile, atteso, voluto, sognato con Marquez è già in prospettiva il duello dell'anno. E Maverick, che pure ammette di dover migliorare in curva per far meglio del campione del mondo sa già come farlo piangere. Era il 2002 e Sito Pons, dirigente nella federazione spagnola, andò a vedere una corsa di ragazzini. Dopo l'arrivo, ricorda Massimo Calandri su Repubblica, “si intenerì consolando un bimbo che piangeva. Marc Marquez. «Non fare così, un giorno vincerai anche tu», gli diceva. Quello non smetteva di singhiozzare, lo sguardo in lacrime rivolto a un altro piccolino, che tutto felice alzava una coppa: Maverick Viñales”. I bambini sono cresciuti e hanno preso strade diverse. Mack, però, ha avuto un solo chiodo fisso, un solo obiettivo, ha pensato solo al momento in cui avrebbe affrontare di nuovo Marquez alla pari. Quel momento è arrivato.

“Il segreto del successo è la costanza” ha spiegto a Speed Week, “se si vuole vincere un campionato bisogna salire sul podio il più possibile. Ad esempio ad Aragon lo scorso anno mi sono accontento del quarto posto. Ero già al limite e mi sembrava stupido rischiare. Insomma, di solito, rifletto molto quando sono in sella”. Ma non è sempre stato così.

Una carriera da predestinato.

Nel 2012, dopo due stagioni con le vecchie 125 e una prima vittoria in carriera ottenuta con la scuderia di Paris Hilton, corre nella neonata Moto3 con una FTR. Vince cinque gare, ma alla vigilia del GP di Malesia decide di non correre. Si convince che la squadra non gli fornisca materiale competitivo e si gioca ogni speranza di vincere il Mondiale. Ha già talento e carattere e nel 2013 passa in KTM: tre vittorie, otto secondi posti, quattro terzi e primo titolo.

È il trampolino di lancio verso la Moto 2. La sensibilità, le curve in derapata lo fanno amare subito. In Texas, alla seconda gara della stagione, festeggia la sua prima vittoria nella nuova categoria. Chiude terzo nel mondiale ma si afferma come la cera promessa del motociclismo, spagnolo e non solo. In molti gli mettono gli occhi addosso. L'offerta giusta è di Davide Brivio, il manager che portò Valentino Rossi dalla Yamaha alla Honda e sta costruendo il ritorno del team Suzuki in MotoGP. Può debuttare nella classe regina senza il peso di troppe aspettative, con un compagno di squadra esperto come Aleix Espargarò che, pur in sella a una CRT o a una Open riesce a mettere in grossa difficoltà i rivali dei team ufficiali.

Il bisogno di velocità, in quella sua prima stagione “tra i grandi”, si combina e si traduce con una maturità che in pochi si aspettavano. Accetta di andare più piano di Espargarò, impara da Rossi e Lorenzo, non rischia mai più del dovuto. E migliora, settimana dopo settimana, gara dopo gara. La calma, si dice, è la virtù dei forti. E la forza si costruisce con la costanza. Vinales non raggiunge mai il podio ma comincia a mettere in fila una serie consistente di piazzamenti a punti nella seconda metà della stagione e vede quasi sempre la bandiera a scacchi (si ritira solo a Brno e Motegi).

"Il numero 1 si conquista in pista"

Ma si accendono lo stesso le luci della ribalta, quando la passione per le corse, le due ruote e l'amore si incontrano. La relazione, finita lo scorso gennaio, con la quattro volte campionessa del mondo MX femminile Kiara Fontanesi, è un incrocio di destini, la descrizioni di attimi fuggevoli, sempre al massimo. Il motocross è l'altra sua grande passione, è cresciuto col mito di Jeremy “Showtime” McGrath, lo statunitense re del Supercross. "È stata una bella parte della mia vita, con grandi emozioni, attimi e sentimenti forti! Poi pero'qualcosa cambia e non ci si capisce più” ha scritto Fontanesi, “ora lotterò come sempre per per nuovi traguardi importanti e chiudo il capitolo Maverick conservando il ricordo di ciò che di buono c'è stato”.

L'anno scorso, oltre a tre podi, celebra anche il primo successo in MotoGP, nell'Inghilterra della Brexit, in una gara piena di controsensi. Maverick, scrive Guido Meda nel suo commento della gara sul sito di Sky Sport, “ha 21 anni, è un debuttante coi fiocchi, lo sappiamo. Ma che potesse vincere per distacco era difficile immaginarlo. Ha una moto (Suzuki) nuova e acerba, tocca il suolo d’Inghilterra e guida come nessun altro al mondo è in grado fare. Mentre gli altri si dimenano in un matassone di assetti e di dubbi, lui va e vince”.

E non ha nessuna intenzione di fermarsi. Si è già fatto disegnare sul casco un cane che fiuta il pericolo come segnale anti-scia. Corre col numero 25, ma porta sempre il 39 sul casco, sulla tuta o sugli stivali: era il numero dell'amico Louis Salom, a cui dedica ogni traguardo, ogni podio, ogni vittoria. Ma è un altro il numero che vuole, il numero a cui guarda. Vuole lo scettro del comando, vuole essere the man at the top. “Mi sento il favorito per il titolo” ha detto a Sport. “Certo, questo mi mette un po' di pressione addosso ma mi piace questa sensazione, è un misto di orgoglio e responsabilità. Se ti chiedono tanto, è perché si fidano di te”. Maverick sa come ripagare questa fiducia. “La concorrenza è alta, non voglio regalare nemmeno un punto. Il numero 1 bisogna meritarselo, conquistarselo in pista”.