Più della bellezza, Rembrandt amava la sincerità. "Prova a mettere bene in pratica quello che sai e scoprirai le cose nascoste che stai cercando" diceva. Ma un quadro, ammoniva, è finito solo quando l'artista dice che è finito. Nell'Olanda che ha fatto la storia della pittura e del motorsport, Marc-attack Marquez disegna un capolavoro di luce che diventa energia. E' il primo a vincere due volte qui su una Honda. Si stacca e si staglia nel finale di una gara caotica, bellissima, con le ragionamenti del cuore, quelli per i cuori d'avventura, a brillare e la ragione ad aspettare momenti diversi e più appropriati per definire le vie che portanno all'essenza. Vince davanti a Rins e a uno splendido Vinales, con Rossi e le Ducati confinati nel finale alla prigionia di un sogno non realizzato.

Vinales torna Top Gun

La Yamaha eguaglia la più lunga serie senza vittoria nella storia del team, le 18 gare fra Sepang 2002 e Welkom 2004. Ma c'è del buono da salvare nella guerra delle scie che dura due giorni ad Assen. Come in qualifica, così in gara, il quarto settore e le chicane finali della pista più affascinante, più storica della MotoGP, livellano il gruppo.

La danza della velocità esalta i piloti da lotta, toglie la ruggine e la polvere da una stagione opaca di Vinales. Lo rende di nuovo il Top Gun che nel fragor della battaglia, nel rombare dei motori in cui riecheggia una metafora del tintinnar di sciabole, riscopre il mistero senza fine bello di una passione istintiva e razionale.

Vinales, che ha vinto due volte tra 125 e Moto3 ma in MotoGP ha ballato con la faccia da ballerino di fila senza andare mai oltre il nono posto, si gioca il podio per vivere e morire in un centimetro, in un metro da conquistare, nella voglia di attaccare Marquez, stupire il mondo, prendersi il destino in mano. Duellano insieme, resistono insieme, vanno larghi insieme.

Marquez e il settimo sigillo Honda

La Honda ha vinto ad Assen con Rossi, Gibernau, Hayden, Stoner, Miller e Marquez, il bi-vincitore che festeggia i 39 successi in MotoGP, i 65 nel Motomondiale. Lorenzo, dopo un inizio da condottiero, si sfila e resta a 112 podi in top class come Pedrosa (112, meglio di loro solo Rossi a 195). Dopo il successo del 2010, per lo spagnolo poche gioie a parte il terzo posto del 2015. A Dovizioso, qui al massimo secondo nel 2014, non riesce il colpo che avrebbe potuto regalare alla Ducati la prima vittoria ad Assen dal 2008, dai tempi di Stoner. Da allora, solo due podi con moto non ufficiali negli ultimi due anni con Redding e Petrucci.

Assen non è una pista Ducati

La Ducati, su una pista in cui l'utilizzo del motore è determinante in uscita dalle curve veloci, soffre alla 10 e sul cambio di direzione all'ultima chicane, dove invece le Yamaha nel weekend hanno mantenuto linee più strette e pulite uscendo meglio poi sul rettilineo finale.

Il passo gara, nelle libere del venerdì, non sembrava penalizzare le Desmosedici, veloci sia con le morbide che con le dure e siamo veloci con tutte e due. "Credo che il consumo gomma sarà un problema per tutti, se vogliamo definirlo così, quindi dobbiamo vedere quanto sarà veloce la gara" spiegava Dovizioso. La velocità non è mancata, vedere per credere lo spunto iniziale di Lorenzo e un Dovizioso comunque spalla a spalla con i migliori in un finale di fuoco e velocità, precisione massima e scintillante bellezza.

Sfuma il sogno di Rossi

Rossi, tornato al set-up della qualifica dopo qualche incertezza nel warm-up, ha scelto le soft dietro come gli altri due piloti della prima fila, con media davanti. Una gomma, spiega a Motorsport Piero, responsabile motosport Michelin, che quest'anno "è un po' più dura, perché quella del 2017 si degradava parecchio. Per il resto siamo sulle stesse mescole. Sono previste delle temperature alte, quindi dovremmo tenere d'occhio quelle degli pneumatici posteriori: Assen è una pista che le sforza particolarmente, perché si passa tanto tempo in accelerazione. In ogni caso, non ci sono preoccupazioni particolari. Non avremo sorprese a livello di circuito, perché lo conosciamo e l'asfalto è lo stesso dell'anno scorso".

La Yamaha, dopo una seconda parte di 2017 da consegnare a un passato da non dimenticare ma da non ripetere, ha centrato un podio con Maverick Vinales ad Austin, due con Johann Zarco, in Argentina e a Jerez; quattro con Rossi a Losail, Le Mans, Mugello e Barcellona. Ma il Dottore non si è mai alzato oltre il terzo posto.

Questa però è la sua gara, dove difendere un secondo posto nel Mondiale piloti, un primo nella classifica costruttori che contraddice impressioni e punte di prestazioni. Rossi ha vinto 10 volte nell'università della MotoGP ma via via è Vinales a uscire meglio del Dottore.

Una gara tutta all'attacco

Si aspettava una gara d'attacco, Taramasso. Per la validità della profezia bastano poche gare e un fulminante sorpasso di Lorenzo a Marquez. E' un duello di chilometri e centimetri, di contatti sfiorati e adrenalina

Marquez non sembra sicurissimo all'anteriore nel continuo duello con un Lorenzo che lo sfida sulla bagarre, nel suo territorio. La M1 nella lotta balla un po', e Rossi finisce per tamponare leggermente Dovizioso, a cui sembra all'improvviso mancare spunto alla curva 11. Il Dottore, passato anche da Rins che tiene una traiettoria più stretta alla 5, perde terreno mentre le due Ducati che hanno scelto le dure si piazzano davanti dopo l'attacco di un Dovizioso versione Flash al T4. Rins, scatenato, infila Marquez al tornantino. Il contatto, che senza dolo fa scivolare per un attimo il piede di Marquez dalla pedana, viene investigato senza conseguenze con una decisione decisamente condivisibile.

Entra in modalità Marc-attack, allora.

Vinales invece sceglie le hard al posteriore. Una scelta in controtendenza per Top Gun, che si è detto molto soddisfatto della nuova forcella in carbonio. A Brno, l'anno scorso, il primo test aveva lasciato più dubbi che certezze. Stavolta, invece, Vinales ha ammesso che è stato un peccato non averla montata prima, "perché forse avrebbe risolto molti dei nostri problemi". Su una pista adatta alle caratteristiche di una Yamaha che non vince da un anno, Vinales è tornato sicuro nei cambi di direzione, e finalmente convinto di un progetto che sta avvicinando la M1 al suo stile.

Ma non basta per risalire fino alla vittoria, contro un Marquez che come nelle qualifiche vive in difesa poi quando conta di più getta la maschera. Poi è solo Marc-attack.