Perché la Formula 1 non funziona? Per Flavio Briatore, presente nell'hospitality di Ecclestone nel punto più esclusivo del paddock di Monza, la risposta è semplice. “Le gare di F1 sono corse di gladiatori, non di risparmio. Ai miei tempi dicevamo ai piloti: tirate per 60 giri a ritmo di qualifica, oggi i box dicono ai corridori via radio: vai più piano per conservare benzina” spiega. L'altra grande colpa è la tecnologia esasperata, è il regolamento che presenta sfide affascinanti agli ingegneri ma allontana il pubblico, sempre più attratto dai personaggi, dai piloti, dai caratteri. “Prima avevamo un V8 che era potente, faceva un bel rumore e costava poco costruirlo. Adesso abbiamo dei motori molto sofisticati, che vanno più piano e sono costosissimi”.

Troppi costi – Costi che pesano sulle squadre medio piccole, costrette di fatto ad affittare i sedili per le libere e per le gare: l'ha fatto la Caterham con Lotterer per tutto il weekend a Spa e ora con Merhi in pista solo al venerdì a Monza. L'ha fatto la Force India con la decisione senza precedenti o quasi di concedere a Juncadella di guidare la macchina di Perez ma solo per 30′. Costi che finiscono per pesare anche sui bilanci delle grandi scuderie, come la Williams, che nei primi sei mesi del 2014 ha dichiarato entrate per 46,6 milioni di sterline (10 milioni in meno dello stesso periodo dell'anno scorso) e un deficit, al netto dei costi, di poco superiore ai 17 milioni. Una strategia ambiziosa, ha spiegato l'amministratore delegato Mike O'Driscoll, che ha previsto un forte investimento destinato però a produrre un impatto molto positivo. “Dopo una serie di stagioni deludenti il nostro team è stato notevolmente rafforzato in ogni settore. Il nostro accordo di fornitura delle Power Unit con la Mercedes, ci fornisce però la stabilità e resistenza della quale necessitiamo, e altri grandi passi in avanti sono stati fatti sul fronte commerciale, come attesta la nostra partnership con Martini” ha dichiarato.

Soldi, soldi soldi – Nelle parole del fondatore Frank Williams, intervistato dal magazine Esquire, nel suo breve quanto incisivo ritratto di Bernie Ecclestone, c'è tutto il senso della storia recente della F1. “Bernie ha una doppia laurea in qualsiasi cosa, tranne che in università. È un uomo d’affari che legge nella mente delle persone. E questo può aiutarti a prendere decisioni migliori e, si spera, a fare più soldi o realizzare macchine migliori”. La chiave è qui. Bernie è un uomo d'affari e davanti al bivio ha preso decisioni con l'obiettivo di fare più soldi. Dal suo punto di vista l'obiettivo è senza dubbio raggiunto, e l'asticella può salire ancora. Ci saranno nuovi GP in Messico e a Baku, resta in piedi la proposta di correre in India o in Grecia, c'è la nuova scuderia americana di Gene Haas che ha firmato un accordo con la Ferrari per la fornitura dei motori, mossa azzeccata vista la forza del Cavallino in Usa, mentre la leggenda Mario Andretti si traveste da cowboy del Texas per promuovere il circuito di Austin, che non riceve sovvenzioni governative e per sopravvivere deve sempre tenere alto l'interesse.

Formula Non Piace – Ma i soldi non sono tutto, e la F1 attuale rimane, nella caustica sintesi di Briatore, “la Formula Non Piace”. Non piace ai tifosi che disertano le tribune, anche a Monza semi-vuote nelle libere, non piace agli spettatori che la guardano meno di prima in tv. Per Toto Wolff, team principal della Mercedes che sta dominando il campionato e che, sorpresa sorpresa, è il principale sostenitore di Ecclestone e delle regole attuali, è mancato solo l'effetto immediato sul pubblico, non lo show. E ammette: “Bernie mi ha fatto notare che l'incidente tra Rosberg e Hamilton a Spa è stata la cosa migliore per la Formula 1 e per noi, vista l'eco mediatica che si è generata. Non credo”, chiosa, “che i giovani non siano più interessati alla F1. È che la F1 non è su tutte le piattaforme, perché le entrate principali, mezzo miliardo di euro, arrivano dai diritti tv, e dalle pay tv: così arrivano più soldi alle squadre, anche se il pubblico si riduce”. Tesi con cui si può essere d'accordo a metà. È vero che pay tv esercitano un peso determinante, ma non vogliono certo trasmettere gran premi in cui cambia la musica ma il pentagramma è lo stesso, per citare De Gregori, con i valori cristallizzati, in cui la cosa migliore per l'appeal è un incidente fra compagni di squadra o un'uscita di pista.

Dal calcio si impara – Per questo anche Wolff, in un'ottica di medio periodo, avrebbe vantaggi ad appoggiare il ritorno dei test durante la stagione, fortemente richiesti da Ferrari e Renault, che potrebbero avvicinare gli appassionati ai piloti e tenere comunque desta l'attenzione dei media sulla Formula 1 per 365 giorni all'anno. Innovazione altrettanto fortemente respinta dalla Mercedes, che teme di perdere il proprio vantaggio competitivo. Ma l'equilibrio competitivo, e più ancora l'incertezza sull'esito delle singole gare, è un valore che proprio le scuderie maggiori dovrebbero difendere. Perché se si perde questo valore, le pay tv cominciano a pagare meno, e i soldi saranno di meno per tutti. È perfetta, da questo punto di vista, l'analogia col calcio. Quali sono oggi i campionati di maggior valore nel mondo? La Premier League, che Briatore conosce bene avendo investito in passato nella proprietà del QPR, e la Bundesliga. E qual è il segreto del loro modello di business? Una suddivisione dei proventi dei diritti tv, la fetta più grossa della torta delle entrate complessive, più equa, che soddisfa gli incentivi alla vittoria e mantiene il competitive balance. I campionati si vendono benissimo anche all'estero, attirano capitali stranieri, sopratutto la Premier League, e le stelle del calcio mondiale, vedi l'effetto Guardiola a Monaco di Baviera o l'arrivo di Di Maria allo United, che ha firmato un accordo stellare di sponsorizzazione con Adidas. Dove, invece, si è liberalizzato al massimo il mercato, come in Italia o in Spagna, l'appeal è sceso, gli stadi si sono svuotati, e il valore del campionato è diminuito. La storia a volte può insegnare molto.