“Mi sento vuoto”. È spiazzante la prima dichiarazione di Sebastian Vettel, appena diventato il più giovane campione del mondo nella storia della Formula 1. Ha appena vinto allo Yas Marina, a Abu Dhabi, l'ultimo gran premio del Mondiale 2010, uno dei più incerti della storia recente. “Mi sono svegliato e ho provato a non pensare a niente, a evitare il contatto con la gente. Ho provato a fare solo le mie cose. Poi una volta in griglia mi sono detto: "Quanta gente è venuta quia vedere la gara", e mi sono sentito fiero di me, di essere pilota, di essere in F1 e di essere tra i quattro che potevano vincere”.

Le qualifiche – Un anno prima, aveva perso su quello stesso circuito il duello con Jenson Button. In quel 2010, si presenta all'ultima gara da terzo nel Mondiale, con 231 punti, dietro Fernando Alonso, primo a 246, e al compagno di squadra Mark Webber, a 238. Dal punto di vista matematico, può sperare anche Hamilton, quarto a 222 punti. In qualifica, all'ultimo tentativo, Alonso firma un giro sublime che illude team e tifosi. Tira fuori il meglio nei momenti più disperati, quando forse nemmeno il muretto se l'aspettava più. Rallenta, si libera dal traffico, mette diversi metri di distanza fra lui e Hamilton e trasforma un sesto posto tutto sommato deprimente in un terzo posto, in una seconda fila più che incoraggiante. “Avevo 10 secondi di margine, abbastanza” commenta. "Niente paura, era tutto calcolato. Dovevo prendermi un po' di strada, essere magari cauto nelle prime curve, e poi dare tutto nell' ultimo settore, dove ho capito che si può fare la differenza. Un altro giorno perfetto ed è fatta”. Vale doppio la seconda fila, almeno questa è l'impressione del sabato, perché Webber, il rivale più immediato, sceglie il giorno meno adatto per sbagliare le qualifiche. “Non so cosa sia successo. Ho fatto fatica a far lavorare le gomme, avevo poco carico aerodinamico e tutte le cose messe insieme mi hanno rovinato la sessione. Ma non sto quia lamentarmi, la lista della spesa dei miei errori non interessaa nessuno. Ora mi devo solamente concentrare e cercare di far bene in gara”. Ma il team comincia a pensare a Sebastian Vettel, che centra la decima pole stagionale e diventa il cavallo su cui puntare: ma deve arrivare primo e sperare che Alonso chiuda oltre il quinto posto. “In partenza hai una ventina di metri per decidere cosa fare. Vedremo come scatterò io e come si comporterà Hamilton. Se dovesse essere avanti, non lo aggredirò, perché i Mondiali non si vincono alla prima curva, ma si possono tranquillamente perdere”.

Schumi fuori – Non sono i primi chilometri, però, a decidere la gara. Anche se alla terza curva Vitantonio Liuzzi si schianta contro la Mercedes di Michael Schumacher, finito in testacoda:  le due monoposto si scontrano quasi frontalmente, con il muso della Force India dell'italiano che passa a pochi centimetri dal casco di Schumi. "Quando sono arrivato alla chicane ho visto molto fumo e non mi sono potuto sporstare perchè avevo tante vetture intorno a me. Purtroppo quando ho visto Michael in testacoda non c'era più nulla da fare. Per fortuna però siamo usciti entrambi illesi da questo brutto incidente" dirà Liuzzi.

Alonso, strategia sbagliata – La svolta arriva alla fine del quindicesimo giro. Alonso è quarto, rientra ai box e ne esce dodicesimo, davanti a Webber. La strategia è chiara: marcare “a uomo” quello che sembra il principale rivale con entrambi i piloti, con Massa e Alonso. Ma così la Ferrari “trascura” Vettel. Un errore, ammetterà Stefano Domenicali, pagato carissimo. Perché le gomme Bridgestone, per l'ultimo GP in Formula 1 prima dell'era-Pirelli, non si degradano e Alonso passa 40 giri dietro la Renault di Petrov, che non è certo famoso per una condotta di gara aggressiva ma ha dalla sua una velocità di punta più alta della Ferrari. Alonso le prova tutte, sfrutta le vie di fuga, si inventa scorciatoie, ma su un tracciato così stretto e tortuoso sorpassare è un'impresa. In realtà il Mondiale l'ha perso in gran parte in estate, da Montecarlo in poi. L'errore in qualifica nel Principato lo costringe a una gara in rimonta, e in quell'occasione cambiare gomme al primo giro ha pagato: Alonso limita i danni e chiude sesto. Al GP successivo (CERCA), è settima e scivola quarto in classifica. In Canada, la Ferrari è competitiva ma gli episodi condannano lo spagnolo, che deve accontentarsi del terzo posto. E lo scenario non migliora con l'ottavo posto di Valencia (inutili anche le proteste per un sorpasso di Hamilton alla safety car) e la penalizzazione di Silverstone, per non aver restituito la posizione di Kubica dopo il sorpasso effettuato grazie al taglio di una curva. La Ferrari tocca il fondo, ma da Hockenheim, dalla gara dei celebri ordini di scuderia, è tutta una rincorsa a perdere contro un avversario più forte che può giocare su due tavoli, contro una Red Bull che mantiene fino all'ultimo due candidati per la vittoria.

Sconfitta italiana – “E' la fine della specie Italia” scrive Emanuela Audisio su Repubblica. “Oggi perde un sistema, un modo culturale: quello di non avere fiducia in se stessi, quello di non fare passi avanti se non lo fa l' altro, quello di marcare stretto il nemico. Convinti che più che avere un respiro occorra incollarsi all' avversario, pure se si potrebbe dare gas e fregarsene dell' altro e degli altri. L'Italia affonda nella sua piccola mentalità, non è più capace di essere prima, di affermare la sua diversità sportiva. La Ferrari spreca, sbaglia, butta via un mondiale. Da vinta, da passiva, da vittima. Con una strategia avara, ma soprattutto cieca. Facendo la gara sull'avversario sbagliato (Webber), come sempre quando si ha paura, e si torna all' infantile rubabandiera: non mi muovo se prima non ti muovi tu”.

Il campione bambino – Nel rubabandiera, trionfa il campione bambino, che la notte prima ha fatto fatica a prendere sonno. “«Sono andato a letto, e continuavo a pensare alla gara e quello che poteva accadere in pista.E continuavo ad avere proiezioni mentali e mi venivano sensazioni positive. Ma a un certo punto ho pensato: Devi dormire, dimentica tutto e dormi. Ci ho messo un po' ma alla fine ha funzionato: quando mi sono svegliato stavo benissimo”. In gara, il team non gli comunica la posizione dei rivali, non vuole distrarlo. Negli ultimi dieci giri, l'ingegnere gli dà solo consigli su come portare la macchina sotto la bandiera a scacchi senza incidenti. “Mi chiedevo: Questo è nervoso, mi sa che siamo in buona posizione" spiegherà. “Poi ho tagliato il traguardo e lui tutto calmo mi fa: Sembra tutto bene, solo aspettiamo che arrivino anche gli altri. Allora ho pensato: Che vuol dire?. A quel punto è venuto di nuovo alla radioe ha cominciato a urlare: Abbiamo vinto il mondiale”. È lo stesso ingegnere di pista che a metà stagione gli ha chiesto: “Dimmi una parola che ti fa sentire bene, felice”. Due giorni dopo, Vettel gli ha risposto: “Monza. Sì, Monza. La Toro Rosso, l' inno italiano in Italia. Monza". E lui l'ha scritto nel sottocasco. Il sottocasco del campione che ha iniziato ad assaporare il gusto della vittoria nel tempio della velocità, dell'icona della F1 moderna che un lustro più in là ha restituito entusiasmo, fiducia e vittorie al Cavallino di nuovo rampante.

GP ABU DHABI – STORIA E NUMERI

Record del circuito: 1m 40.279s – Sebastian Vettel, Red Bull, 2009

Gran premio più lungo: 2012 (1h 45m 58.667s)

Gran premio più corto: 2009 (1h 34m 03.414s)

Vittorie dalla pole position: 1 su 6

Vittoria dalla posizione più bassa in griglia: 4° (Kimi Raikkonen, Lotus, 2012)

ALBO D'ORO PILOTI

Vittorie

3 – Sebastian Vettel

2 – Lewis Hamilton

1 – Kimi Raikkonen

Pole position

2 – Sebastian Vettel, Lewis Hamilton

1 – Mark Webber, Nico Rosberg

ALBO D'ORO COSTRUTTORI

Vittorie

3 – Red Bull

1 – McLaren, Lotus, Mercedes

Pole position

3 – Red Bull

2 – McLaren

1 – Mercedes